SALTO QUANTICO

Per la fisica il ‘salto quantico’ costituisce un cambiamento di punto di vista, che da statico diventa dinamico, da solido a corpuscolare. La fisica quantistica rivoluziona la lettura dei fenomeni introducendo come elemento fondamentale dell’osservazione il movimento, che diventa la quarta dimensione dei solidi, quella temporale. Il movimento, infatti, ha una connotazione temporale, senza la quale non si realizzerebbe. Gli oggetti stessi, nella loro dimensione temporale, si muovono, si modificano sia nella stasi che nel movimento, che sono soltanto due diverse velocità.
Ogni cosa, allora, acquisisce un connotato nuovo, corpuscolare, più etereo, meno solido ed immutabile, come se la materia fosse formata da corpuscoli minuscoli (atomi), e si propagasse per onde. Come le onde del mare così si muovono i pensieri, come l’aria si propagano i ricordi, così come gli oggetti sono formati i sogni.
Così come un corpo, ha tre dimensioni nello spazio, il tempo diventa la sua quarta dimensione. Come le quadrure hanno tre dimensioni nello spazio, così ‘salto quantico’ le catapulta nella quarta, quella del movimento, che la rende diversa ad ogni istante – nel tempo.
Il ‘salto quantico’ di Monica possiede inoltre la forza delle forme geometriche che rimandano all’universo spirituale: il cerchio, il triangolo, il quadrato sono alcune delle forme dette yantra, alle quali il mondo esoterico induista attribuisce un potere illimitato.
Seguendo i contorni dell’opera, ai triangoli seguono i quadrati che si intersecano, il cerchio che li unisce, la sfera che li contiene, il silenzio che ci accompagna nell’esperienza di un salto quantico.


L’arte del tutto e del niente

Testo di Alessandro D’Ercole – Massenzio arte

E’ forse il momento di identificare e segnalare una nuova corrente d’arte che in questi ultimi anni si è diffusa in modo dilagante fra gli artisti contemporanei. Una ricerca che sintetizza e qualifica gli interventi che dalla transavanguardia ad oggi hanno ricercato una nuova via estetica  all’immaginario dell’artista, inserendosi con evidente capacità di sintesi all’interno di tutta una cultura solo apparentemente dalle connotazioni scientifiche. Una cultura tendente, invece, a rendere  platonicamente reale l’unità derivante dalla intuizione, dalla ricerca, e dalla fantasia sull’evoluzione della forma.

L’elemento primordiale, il vero mattone della materia, nell’artista confluisce nel simbolo, nel segno scarnito da qualunque orpello, nell’intreccio di linee essenziali che non denotano una forma se non nel suo divenire e nel suo modificarsi costantemente.

Monica Pennazzi è forse una sacerdotessa di questa ricerca, votata a rendere artistico il segno di Giordano Bruno, la ricerca di Higgs sulla particella di Dio (La particella elementare che dal niente forma la  materia e che potrebbe costituire, secondo la moderna ricerca il punto di unione tra quello che definiamo erroneamente il nulla e la nascita della materia).

Si formano così i filamenti e le forme geometriche che mettono d’accordo Aristotele e Platone e che restituiscono valore alla sintesi di finito ed infinito, di umano e di spirituale, di possibile e di impossibile. Colore, forma, luce, trasparenza si fondono in una visione cosmica dell’arte rifluendo nella materia elementare fatta di fili e di antiche tessiture (che restituiscono la dignità al primordiale gesto del tessere, unificando l’antico ed il nuovo nel gesto comune a tutti i tempi dell’intrecciare i fili) e richiamano le catene interminabili dei geni della materia organica e lo spirito insito in ogni forma di materia.

Superstringhe che acquisiscono aspetti umani dallo sdipanarsi di geometrie filamentose, più o meno visibili e più o meno trasparenti, che paiono voler ammonire che non tutto ciò che è visibile è reale, e che non tutto ciò che è appena  visibile, e forse appena percepibile, irreale, ed assume anzi, a maggior diritto la connotazione di verità assoluta.

In questi tempi l’arte deve svelare e nascondere, appena mostrarsi, come Iside, a chi sa percepirla con gli occhi dell’anima, deve essere insieme esoterica ed essoterica, lasciando ai suoi sacerdoti ed alle sue sacerdotesse l’incarico di creare, attraverso la bellezza, doni e offerte al mistero cosmico nel quale siamo immersi, e che si rende appena visibile, talvolta attraverso la scienza talvolta attraverso  l’arte.


Testo di Andrea Barbadori

Ripetere un gesto per molte volte di seguito, come fare un passo dopo l’altro durante una lunga camminata, pennellare la vernice su una parete per dipingerla, incidere o intagliare il legno fino a produrre l’oggetto, l’immagine che vogliamo ottenere. Magari tessere, e quindi ripetere la stessa operazione filo per filo fino a produrre una stoffa o un tappeto; ogni volta che si ripete lo stesso gesto servono attenzione e cura perché il lavoro sia ben fatto e gradevole alla vista, armonioso. Per compiere con grazia un’impresa simile il corpo e la mente devono entrare in uno stato di rilassatezza e di benessere, il tempo deve quasi sparire, ovvero cambiare qualità. Lo spazio deve diventare limitato al luogo dove si realizza il fenomeno, ci si deve concentrare. Il pensiero è fisso in qualcosa di materiale, il respiro diventa regolare, quello che ci circonda fluisce con un certo ritmo, e dentro di noi risuona la stessa scansione ritmica, inframmezzata talvolta da immagini e ricordi che osserviamo come se fossimo noi spettatori e non più attori – autori – di quello che vediamo. La realtà diventa quindi libera dalle nostre emozioni e dai nostri desideri, ed appare semplicemente quello che è, malgrado noi.

Si potrebbe  dire allora che la realtà si sveli a causa dell’infinita ripetizione di un’azione, e anche che la ripetizione di un gesto che sembra vano dimostra la nostra piccolezza, la nostra inutilità. Che nella stessa inutilità e piccolezza del gesto risiede intero il nostro coraggio, costretti dal tempo ad accumulare granelli di sabbia che verranno inevitabilmente dispersi, scompariranno, si trasformeranno.

Il gesto allora esce da sé e diventa il suo opposto: da inutile diventa necessario, come insignificante per grandezza, rispetto all’albero, risulta il seme, eppure indispensabile. Ogni cosa diventa metafora di un’altra, ogni azione nega sé stessa per aprirsi a mille interpretazioni, sensi e rimandi. Una mela diventa allora la mela infinita – mela, seme in essa racchiuso, albero e ancora mela –  e l’umanità intera è solo lo stesso uomo, l’identico individuo, il tempo che scorre diventa l’eterno presente. In quel momento l’eterno è un buco nel tempo, uno spiraglio nel velo del reale dal quale osservare il suo opposto, come l’immagine che attraversando un buco si capovolge.

A volte cammino e col ritmo del respiro ripeto parole, frasi, finché queste non si dissolvono nel suono puro e semplice senza significati e finché il suono, la musica dimostrano di esistere e comunicare senso prima della parola, che è suono strutturato. Altre volte ho ballato, ho corso, ho suonato, mi sono eccitato tanto da uscire dai sensi miei e non provare più nulla, per sentirmi pieno e felice. Altre volte ancora càpita di restare immobili e perdere i propri confini, dissolvendosi in quello che ci circonda, come fossimo vento. La realtà si rivela quindi quando si dissolve la nostra realtà, quando torna ad essere percepita per quello che è al di là di noi e del senso che le diamo o dell’uso che ne facciamo.

Ho scoperto che tutto parla di qualcos’altro da sé, che ogni cosa nega sé stessa per dire più di quello che potrebbe mai dire. Ogni cosa si apre a una duplice visione, ogni oggetto apre le nostre capacità ad un senso che lo trascende. Quando abitiamo questo stato mentale, dove ogni cosa si apre a mille interpretazioni e cambia senso e significato ad ogni istante, la realtà acquisisce un senso nuovo, più delicato e meno materiale. Il mondo diventa, oltre che reale e concreto, evanescente ed immateriale, etereo, acquisisce un aspetto spirituale. Ogni forma, ogni figura, ogni essere vivente viene vissuto sotto questa nuova luce.

Si produce allora in noi un ‘salto quantico’, un salto della percezione del reale, una diversa conoscenza della materia. Ogni oggetto, ogni figura che percepiamo esce da sé ed è come se esplodesse per accompagnarci fino all’ultimo suggerimento, l’ultimo rimando di significato di cui è capace. Le ultime opere di Monica si basano su figure geometriche elementari che ad un certo punto esplodono. Figure che, per via dello stato mentale in cui vengono prodotte, evocano una forza che ricorda lo scopo per cui le stesse figure vengono utilizzate dalle discipline spirituali orientali: supporti per la meditazione attraverso cui si attua quel percorso che porta dritto al centro, che è esso stesso l’energia infinita, il principio da cui ha origine la manifestazione dell’universo.

Per la fisica il ‘salto quantico’ costituisce un cambiamento di punto di vista, che da statico diventa dinamico, da solido a corpuscolare, e rivoluziona la percezione della realtà. La fisica quantistica rivoluziona la lettura dei fenomeni introducendo come elemento fondamentale dell’osservazione il movimento, che diventa la quarta dimensione dei solidi, quella temporale. (Senza gravità non ci sarebbe tempo, l’attrazione dei gravi crea movimento, come per i pianeti così negli atomi). Il movimento, infatti, ha una connotazione temporale, senza la quale non si realizzerebbe.

Gli oggetti, noi stessi, tutto nella dimensione temporale si muove, si modifica, sia nella stasi che nel movimento, che sono soltanto due diverse velocità. Ogni cosa, allora, acquisisce un connotato nuovo, corpuscolare, più etereo, meno solido ed immutabile, come se la materia fosse formata da corpuscoli minuscoli (atomi), e si propagasse per onde. Per arrivare ad immaginare, o magari a scoprire, che come le onde del mare così si muovono i pensieri, come l’aria si propagano i ricordi, così come gli oggetti sono formati i sogni.

Ecco perché Monica parla di ‘salto quantico’: le forme geometriche elementari, i semplici fili tessuti in quiete sono semplici e neutri. Mentre li osserviamo si caricano di un potere che è prima delle parole, perché si alimenta di forme elementari che escono da sé ed esplodono in una ridda di senso e significato. Mano a mano che le forme nascoste nelle opere si svelano anche grazie al movimento, l’opera si trasforma: il triangolo lascia spazio al quadrato, al cerchio, alla sfera ed al loro potere evocativo, alla loro capacità di conferire senso. I fili da linee passano ad essere quel tessuto che esprime l’inutilità del gesto piccolissimo davanti alla grandezza dell’opera, metafora della nostra finitezza, splendida immagine di coraggio e ricerca di senso. Le opere di Monica esplodono così in una continua generazione di senso con il linguaggio che ci è proprio prima delle parole, dei concetti, dei codici, e per questo quanto più potente: perché non costretto in un senso, ma infinito, come tutto il reale prima ed indipendentemente dalla lettura che siamo in grado di dare ad esso.

La ripetizione infinita del gesto richiama l’infinito alternarsi dei giorni, il susseguirsi del tempo, i granelli della clessidra che all’infinito si accumulano. La ripetizione infinita annulla l’io e ci mette in grado di trascenderlo, perdendoci nel tutto oltre i nostri confini.

Questa l’origine del lavoro di Monica: dalla quiete che ha origine nel silenzio,  l’esplosione di senso, di significato raccolti dalla sorgente.